domenica 25 febbraio 2018

L'ITALIA SIAMO NOI



Immagine tratta da International Web Post


L'Italia siamo noi, riflette i nostri comportamenti, il nostro modo di vivere e pensare, le nostre abitudini. 
Oggi il nostro Paese, già culla di cultura, di arte, di accoglienza, di genialità,  è come un inutile specchio opaco, inadatto al suo scopo perché coperto da una patina di individualismo, di irresponsabilità e di qualunquismo così spessa da non permetterne il riflesso. E ciò causa enormi difficoltà nel giudicare, in maniera sincera e obiettiva, i nostri comportamenti, perché incapaci di vedere la nostra immagine. 
Siamo ciechi del nostro "io". 
Ascoltando i vari candidati alla guida del nostro Paese, rimango scettico e basito di fronte alla superficialità dei loro generici ed illusori teoremi risolutivi, elargiti alle "masse" con una tale leggerezza da far invidia alle piume di un pulcino. Ma ciò che maggiormente stupisce è l'interesse che suscitano questi affabulatori nei confronti della gente, sempre più sprovveduta e smemorata. 
A volte penso di vivere un incubo. Eppure basterebbe poco per aprire gli occhi e discernere, per esempio evitando coloro che pretendono di essere custodi di verità assolute, isolando quelli che etichettano il prossimo, sottrarsi a quanti si arrogano il diritto di pensare per gli altri,  liberandoci di coloro che alzano la voce pensando di far tacere chi la pensa diversamente. 
Se a tutto ciò aggiungessimo piccole dosi di etica e senso civico allora sì che potremmo sperare di assottigliare questa brutta e spessa patina e ritornare a vedere i colori della luce che questo nostro Paese sa dare.

sabato 24 febbraio 2018


QUANDO LA MAFIA VA CONTRO I CITTADINI ONESTI, LA SOCIETA' LATITA. 

Il Tribunale del Riesame di Palermo ha annullato le ordinanze di custodia cautelare emesse nei confronti di 21 dei 58 mafiosi accusati di aver taglieggiato per anni i commercianti agrigentini. E così, dopo aver entusiasticamente ammirato, dopo anni di silenzio, la rivolta morale delle vittime siciliane contro la piaga del racket mafioso, assistiamo ora al rilascio di questi aguzzini, che, immagino, ora potranno far valere le loro "ragioni" verso quegli indifesi e onesti cittadini che avevano trovato il coraggio di denunciarli. Una delle più brillanti operazioni di polizia, contraddistinta da una valenza simbolica enorme, viene quindi annullata da un manipolo di rappresentanti dello Stato togati che ha inteso trovare un vizio di forma nei provvedimenti emessi da altrettanti colleghi. In sostanza il Tribunale del Riesame, che si è riservato un periodo di 45 giorni per depositare la motivazione, ha deciso di annullare i provvedimenti emessi dal GIP perché "non sufficientemente argomentati". La forma più che la sostanza!!! Mi sarei aspettato un sollevazione stizzita da parte dei partiti; di TUTTI I PARTITI, un'immediata inchiesta da parte del Ministero della Giustizia, una campagna giornalistica di protesta e invece...silenzio, indifferenza e patetiche notizie di rigurgiti fascisti e inconsistenti e generiche minacce terroristiche che sanno di sabbia, sottile e abbondante.

mercoledì 27 settembre 2017

La gente quando non capisce inventa

Indipendenza, autodeterminazione, secessione. A chi giova tutta questa utopia? Ai media, che soffiano sul malessere GENERALE sperando di ottenere più audience? Ai sempre presenti populisti, che non vedono l'ora di aizzare gli scontenti spolverando stantii precedenti storici? Che senso ha, oggi,  parlare di indipendentismo, scissione, autodeterminazione, ma de ché? Ne è passata di acqua sotto i ponti, sono state combattute guerre, versati fiumi di sangue per inseguire il sogno dell'unità dei popoli e ora? 

Che senso ha, oggi, essere indipendenti dal resto di uno Stato nel quale sei nato, vissuto, ti nutri e, a dispetto dei santi, sei parte integrante? Troppo facile protestare, esprimere il proprio malessere, additare e scaricare le responsabilità su uno Stato vessatorio da cui ci si vuole allontanare facendo leva su episodi storici, sicuramente illiberali, sanguinari e autoritari se esaminati nel contesto temporale del loro accadimento ma che ai nostri giorni paiono più un appiglio, artatamente manipolato dalla retorica, necessario a giustificare sentimenti di avversione verso quell'ipotetico Stato patrigno e malevole, dimenticando di farne parte. 

È come quel tale che ricerca morbosamente nel proprio albero genealogico un qualche ramo nobile della sua stirpe per poter dire di essere stato un ricco nobiluomo che lo scorrere del tempo ha nel frattempo defraudato dei propri tesori ed avere la sensazione di sentirsi nel giusto a chiederli indietro.

La vera rivoluzione in questo mondo non è avere voglia di indipendenza ma essere cocciuti nel voler estirpare il cattivo esempio di quei pochi che vogliono distruggerlo, essere puntigliosi nel ricercare quel senso civico e quei valori di legalità che sono alla base del vivere civile.

Parliamoci chiaro, che senso ha parlare di scissione, autodeterminazione quando siamo i primi a idolatrare il furbo, a seguire le scorciatoie pur di raggiungere i nostri interessi, ad arricchirci alle spalle dei pochi quando se ne presenta l’occasione. Basterebbe aprire gli occhi per accorgerci di come abbiamo ridotto la nostra società, avvezza solo a “fottere” il prossimo, a saltar la fila passando dalla porta secondaria, a percepire pensioni per invalidità immaginarie, a pagare in nero, ad accettare le raccomandazioni per avere un posto, una promozione, un traferimento, a spostare la residenza nei luoghi colpiti dal sisma per incassare i contributi destinati ai terremotati, a truccare i concorsi negli atenei, a trasferire capitali in paradisi fiscali...  e potrei andare avanti all'infinito basta leggere la cronaca di tutti i giorni.

No, non sono indipendentista, sono realista e incazzato perché la realtà che mi circonda è pregna di individualismo, di finto risentimento, di vittimismo, di isolazionismo; una miscellanea di condotte che genera, specialmente nella massa esasperata, solo illusioni che nulla hanno a che fare con la soluzione dei problemi.
Gli Stati e i loro popoli devono saper reagire alle difficoltà del nuovo millennio cercando di affrontarli i problemi, capirli e risolverli non trincerandosi dietro utopiche rivendicazioni storiche che accarezzano il sogno di grotteschi confini dorati ove illudersi di ricreare fasti di un passato ormai morto e seppellito dai millenni sventolando la chimera dell'autosufficienza, manlevando così le proprie responsabilità. 

Purtroppo, visti i tempi, mi rendo conto di come sia  difficile conciliare la logica con l'illusione che si possa vivere nel proprio orticello senza conseguenze e la cosa grave è che ciò non sembra essere percepito. Alda Merini diceva: la gente quando non capisce inventa e questo è molto pericoloso.

lunedì 1 maggio 2017

Ai Consiglieri sardi basta il tempo di un caffè per avere una giornata di lavoro retribuito.

Oggi è la festa dei lavoratori. Mi domando: in Sardegna quanti consiglieri, regionali, comunali e componenti di assemblee elettive varie festeggeranno? Spero pochi o nessuno dato che la festa l'hanno già fatta. 

Leggere ieri su un quotidiano locale sardo che, tra le righe della Legge di stabilità 2017, è stato ripristinato, di soppiatto, (pensate: tra le "norme in materia di enti locali e sulla dispersione ed affidamento delle ceneri funerarie"), il permesso retribuito giornaliero dal lavoro, in caso di semplice convocazione da parte dei rispettivi organi, fa un certo effetto, specialmente in una Regione come la Sardegna. 

In sostanza a questi signori basta presentarsi per qualche minuto in Consiglio a seguito di una convocazione per una qualche seduta (non importa se poi saltata), perché scatti il permesso retribuito di lavoro senza obbligo di ri-presentarsi al proprio datore di lavoro, pubblico o privato, cosa ormai desueta nel resto d'Italia a seguito della spending review di Monti. 

Indovinate chi paga per queste assenze? Naturalmente i semplici cittadini. Come? Attraverso le risorse trasferite agli enti locali; in sostanza si tagliano i fondi destinati ai servizi per trasferirli a questi signori. 

NON VOGLIO ESSERE ETICHETTATO PER POPULISTA MA È AVVILENTE VEDERE I PROPRI RAPPRESENTANTI, DI TUTTI I COLORI, CONSERVARE GELOSAMENTE I LORO PRIVILEGI MENTRE LA SITUAZIONE ECONOMICA DELL' ISOLA È DRAMMATICA. SE AVETE UN BRICIOLO DI BUON SENSO CANCELLATE QUESTO OBBROBRIO SAREBBE ONESTO NEI CONFRONTI DI CHI DITE DI RAPPRESENTARE.

lunedì 13 marzo 2017

I disonesti del terremoto

Leggo e ascolto indignazioni quotidianamente, politici che non vedono l'ora di farle proprie per acquisire consensi, gente coi paraocchi che si rifiutano di sentire o vedere la realtà che li circonda perché attratti da quella, artefatta, plasmata dalla casacca politica di appartenenza. Ciò che non vedo è il senso civico, l'onestà, il rispetto per la cosa pubblica (che vuol dire mia, tua di tutti), comportamenti ormai desueti, artatamente celati da urla di falsa disapprovazione per ciò che "gli altri" combinano, guardandosi bene dal non scoprire il proprio "orticello". Se non si riesce a comprendere le difficoltà della gente colpita da calamità e da lutti perché accecati, come sempre, dalle opportunità di guadagni disonesti allora temo che il nostro futuro, sempre più contraddistinto da ignoranza, superficialità e scorrettezza, sarà solo una scritta sbiadita su un muro in rovina.
http://www.repubblica.it/cronaca/2017/03/13/news/dai_falsi_terremotati_alla_beneficenza-truffa_ecco_chi_sono_gli_sciacalli_del_sisma-160416982/

mercoledì 8 marzo 2017

8 marzo Giornata internazionale della donna

Penso che le piccole attenzioni quotidiane, il rispetto reciproco e l'amore verso la propria donna siano atteggiamenti molto più preziosi di un regalo ancorato ad una singola ricorrenza. Mi auguro che un giorno questa ricorrenza possa essere cancellata e considerata anacronistica, vorrà dire che si è posto finalmente rimedio ai soprusi, alle angherie e alle differenze sessiste che hanno determinato negli anni fastidiose e irragionevoli barriere culturali.

mercoledì 16 novembre 2016

Indignato a chi?

Sempre a proposito di Referendum, a tutti quelli che ultimamente si “indignano” sul web, dandomi consigli su cosa votare, regalo, metaforicamente, uno specchio da usare per guardarsi dentro prima di esprimere concetti “usa e getta” o adoperare fotomontaggi di personaggi, più o meno antipatici, come vessilli da sventolare a favore di una parte politica piuttosto che a un’altra.

In tal senso desidero rammentare a costoro che anch’io odio la “casta”, i cui mali sono ormai arcinoti, ma mi indigno anche e soprattutto: quando vedo il dirigente bancario che intasca il premio di produttività dopo aver ingannato il cliente; mi indigno con chi si spaccia per invalido quando invece non lo è, col medico che rilascia questi certificati fasulli, con l’impiegato che risulta al lavoro mentre, invece, fa la spesa al supermercato, con chi evade e se la prende con chi lo sorprende urlandogli : “perché non ve la prendete con quelli più grandi di me?”; mi indigno con chi riceve fondi della comunità falsando carte per averli, sottraendoli a chi ne ha veramente bisogno, con chi accumula ricchezze in maniera illecita e li esporta all’estero “perché lo Stato è vessatorio”,  col sanitario che ti ha in cura e che, approfittando della tuo stato di salute, “dimentica” di farti la parcella, con l’imprenditore che licenzia in Italia ed assume all’estero, col dipendente pubblico che segna ore di straordinario “immaginarie”; mi indigno col giornalista che denigra l’avversario del proprio editore per far carriera, con l’artigiano che viene a casa e pretende il “nero” per riparare qualcosa di necessario “altrimenti dovrei applicare l’iva e il prezzo salirebbe”; mi indigno con chi va in pensione simulando malattie riconosciute da commissioni compiacenti; mi indigno con chi intasca tangenti, con chi si propone “bio” e ti vende cibo che non lo è, con chi costruisce abusivamente, con chi non fa il proprio dovere, con chi non paga le bollette da anni e si lamenta di dover pagare gli arretrati, con gli imprenditori che chiudono ad arte i bilanci in rosso per non pagare le tasse, con chi assume gli amici degli amici; mi indigno con chi salta la coda entrando dalla porticina posteriore, con chi si gira dall’altra parte perché tanto non è un problema suo, con chi dice di essere disoccupato e invece lavora in nero intascando contributi altrimenti necessari a chi ne ha realmente bisogno, col professionista che entra in politica per aumentare il proprio portafoglio clienti, con chi fa lo splendido con il SUV intestato all’impresa, con chi affitta in nero e si lamenta delle tasse.


Infine, mi indigno con chi lo specchio che ho “donato” lo usa solo per vedere quanto è narciso.    

martedì 15 novembre 2016

Politica fa rima con tifo.

Credo di aver compreso che se voti "NO" indossi una casacca, se voti "SI" ne indossi un'altra. 
Comunque vada vieni etichettato e a nulla valgono le tue considerazioni. O sei bianco o sei nero. Scegli!!! 

La verità è che provo un senso di disgusto, dopo aver partecipato nel 2013 alla farsa delle politiche (dove ancora non ho capito chi ho eletto) nel dover prendere parte ad un'ulteriore farsa dove tutti i partiti, i partitini e movimenti vari mi chiedono di confermare o meno un papocchio costituzionale, alla cui genesi tutti hanno preso parte, salvo poi dividersi per convenienze politiche,  lasciando la soluzione dell'arcano all'elettorato, al quale addossare la responsabilità finale col metodo fazioso della casacca.  

Ormai la politica, questa politica, è fatta da tifosi, ognuno col proprio vessillo, pronti a prendere ordini dall'alto e a portarli avanti, a prescindere dalle considerazioni dettate dalla propria coscienza. 

"Partecipazione", "ascolto", "discernimento" e "scelta", in questo rigoroso ordine dovrebbero essere i cardini della società civile. A me, semplice elettore, pare sia rimasta soltanto la "scelta"....di una casacca! Forza alè alè.

mercoledì 9 novembre 2016

IL MURO DI MONACO DI BAVIERA


Ventisette anni fa, era il 9 settembre 1989, a Berlino si abbatteva un muro che provocato una ferita sanguinante e diviso il popolo tedesco. Oggi, nella periferia elegante di Monaco di Baviera, nel sobborgo di Neuperlach, se ne erige un altro, persino più alto di quello di Berlino, che servirà a delimitare un fabbricato dedicato all'accoglienza di giovani immigrati. Avrei preferito che il popolo tedesco, lo stesso che aveva provato una gioia immensa nell'abbattere, ventisette anni fa, quei blocchi di cemento, non li avesse fatti entrare proprio quei giovani immigrati, piuttosto che relegarli in un spazio circondato da un muro. Al di la delle problematiche inerenti i flussi migratori e di tutte le connesse difficoltà, che in questa sede non sono oggetto di discussione, non mi fa piacere leggere queste notizie, in special modo se provenienti da parte dello stesso popolo che del muro ne ha fatto un simbolo di pace.

venerdì 7 ottobre 2016

ISTRUZIONE - AFFIDIAMOCI A MADRE NATURA

Sfogliando i due maggiori quotidiani della Sardegna, sono rimasto colpito da due articoli. In uno si parla dell’inaugurazione di un salone dedicato all’innovazione HI-TECH in Sardegna: “SINNOVA 2016”, ove, tra l’altro,  si magnifica la scelta della Sardegna come polo attrattivo di investimenti da parte delle multinazionali del settore, sulla base di determinati parametri, quali la qualità della vita e il grande capitale umano disponibile;  nell’altro, si parla della grande fuga dei sardi, specialmente giovani, verso altri paesi europei, per mancanza di prospettive lavorative.  

D’acchito si è portati a pensare ad una certa discrasia tra le due notizie, l’una smentisce l’altra; approfondendo, però, ci si accorge che una certa coerenza esiste. In una si parla di investimenti per la costituzione di poli produttivi di innovazioni tecnologiche e, quindi, di potenziali prospettive lavorative per coloro che possiedono una preparazione scientifica, dall’altra  si parla di fuga generalizzata di giovani, soprattutto neo laureati (con indirizzi diversi ma riconducibili nell’alveo umanistico) magari con qualche master e con qualche anno di precariato sulle spalle, ma tutti rassegnati a sperare in un futuro all’estero, viste le scarse attrattive che questa terra offre.
Sono passati tanti anni e siamo ancora qui a discutere sulle giuste scelte dei percorsi formativi da intraprendere per entrare nel mondo del lavoro.  Serviranno gli indirizzi scientifici o quelli umanistici?  Giusto per dare una risposta propenderei per un equo mix,  d’altronde come può esserci scienza senza la creatività.

Il problema, però, non è questo ma cosa la scuola, nella sua accezione più ampia,  può offrire? Quale bagaglio culturale, qualitativamente parlando, è capace di proporre? Che capacità possiede per assistere gli studenti nei vari percorsi intrapresi? Cosa offre ai suoi insegnanti per spronarli a progredire nel loro lavoro e di conseguenza a stimolare l’apprendimento ai propri studenti?
Attualmente, dopo svariate riforme e controriforme, dopo estenuanti ricette sfornate negli anni dai vari governi,  dopo i continui tagli all’istruzione in nome di una spending-review piovuta da effimeri obblighi imposti da una oligarchia tecnocratica al servizio delle banche, la scuola ha ancora la potenzialità di sfornare cultura e sicurezza del domani ai suoi studenti?    
Non voglio girarci intorno ma, parliamoci chiaro, "spesso" i migliori studenti italiani non sono il frutto di un percorso scolastico ben studiato e pianificato, ma occasionali esempi di persone cui madre natura ha regalato una capacità cognitiva ben al di sopra della media (è un dono legato al loro DNA). E così, come esistono studenti modelli esistono anche insegnanti modello. Il problema è che queste eccellenze sono troppo poche rispetto alle reali necessità che una nazione come la nostra dovrebbe avere per competere in questo mondo.

In questa nostra Italia un giovane laureato non è attratto dalla carriera di insegnante (se proprio non c'è portato) ma partecipa al concorso perché è l'occasione per avere un lavoro "sicuro" piuttosto che una vita professionale incerta e allora, se riesce, preferisce fare il professore di matematica o di ragioneria o di italiano in una scuola media secondaria piuttosto che l'ingegnere o il commercialista o l’avvocato (dico tanto per dire alcune professioni) per i cui titoli di laurea ha sacrificato uno spicchio consistente della propria vita. Il neo insegnante parte quindi dalla convinzione che non era  questo il futuro che immaginava e allora, quando viene a mancare la giusta motivazione, ne risente la sua resa. Magari è veramente preparato nella sua materia, ma non sempre la bravura fa rima con insegnamento (che è altra cosa). Si parte pertanto con il piede sbagliato, manca la passione per il proprio mestiere e si tira avanti con questo appiattimento mentale che si riflette, inevitabilmente, sul suo operato influenzando, quindi, la crescita culturale dei suoi studenti che si ritroveranno, di conseguenza, a dover affrontare il loro percorso con un bagaglio culturale fornito in maniera piatta e asettica.
Ed è qui che subentra il DNA di ciascun studente (i pochi, quelli baciati da madre natura, responsabilmente, curano la loro preparazione pensando al domani e cercano di arricchire e approfondire ciò che la scuola offre, i tanti affrontano il cammino quasi con rassegnazione pensando che la loro è soltanto una parentesi della vita che "devono" obbligatoriamente subire). È un circolo vizioso e allora cresce il desiderio di "fuggire" da questa nazione nella speranza di trovare all'estero quello che questo Paese non è in grado di dare: la speranza di un futuro.
Se desideriamo cambiare questo stato di cose, partiamo allora dalle fondamenta, la cultura non si inventa a colpi di riforme e spending-review ma la si raggiunge per gradi, con strumenti adeguati. La scuola è il motore di un Paese ed è su di essa che devono concentrarsi gli sforzi. Riappropriamoci delle nostre radici, del nostro glorioso passato ricco di personaggi che hanno fatto la storia stessa del mondo umanistico e scientifico, partiamo da lì, e allora: si riconsideri il ruolo degli insegnanti, si diano loro i mezzi, non solo economici, per poter operare con tutta tranquillità, si crei per i nostri studenti un terreno fecondo di interessi per stimolare il loro impegno, si avvicini la scuola direttamente al mondo che opera, si stipulino convenzioni con i vari soggetti del mondo lavorativo, si facilitino forme di  tirocini  presso le varie aziende o istituzioni, pubbliche e private già dalle medie superiori, si potenzi l’apprendimento delle lingue con stage all’estero e, viceversa, già dalle scuole elementari, si mettano tutte le famiglie, non solo quelle agiate, nella condizione di poter sopportare economicamente il peso di questo lungo cammino formativo e allora si che potremo sperare in una società generosa e attenta che non lascia partire più i propri figli ma li coccola e li mette in condizione di poter scegliere, liberamente e senza paura di sbagliare, il proprio futuro.       


mercoledì 5 ottobre 2016

"DRONISTI" PER CASO! La giungla delle norme e dei regolamenti

Una nuova parola è entrata a far parte del nostro linguaggio comune: DRONE. Alcuni lo definiscono  uno strumento di lavoro, altri un giocattolo, talaltri un gioiello tecnologico, neanche io so esattamente quale sostantivo usare per definirlo,  forse è un po’ di tutto questo. Se proprio vogliamo affibbiargli una definizione possiamo dire  che è un velivolo mosso da eliche, pilotato tramite un radiocomando e che la sua diffusione è stata così repentina da renderlo un fenomeno di costume, così come lo smartphone o il tablet.
Parliamoci chiaro, nessuno, fino a qualche anno fa, avrebbe mai immaginato di poter filmare o fotografare un posto, un soggetto, un monumento da angolazioni particolari ma, soprattutto, aeree, eppure, oggi, con una spesa relativamente bassa, ci si può permettere di volare o, almeno, di avere la sensazione di farlo.

Volare radente al mare, innalzarsi sulla cima di una collina, sorvolare un lago, superare i vertiginosi dislivelli  di scogliere rocciose, cavalcare una cascata, quante volte abbiamo sognato di farlo? Eppure è una realtà; basta recarsi in un negozio specializzato in modellismo o presso le grandi catene di distribuzione di elettronica per rendersi conto della varietà di modelli esistenti in commercio.
Dal giocattolino che sta sul palmo di una mano a quelli un po’ più grandi, da quelli  muniti di telecamere sempre più sofisticate, capaci di scattare foto o filmare da altezze superiori ai 100 mt, a quelli capaci di percorrere distanze di alcuni chilometri a velocità superiori a 70 km/h,  a quelli di ultimissima generazione che, opportunamente piegati, riescono a stare in una borsetta e possono essere portati ovunque.
Attenzione però, i lati deboli di questi gioielli tecnologici sono proprio le loro peculiarità, i droni possono, potenzialmente, risultare pericolosi sia in volo, nei confronti degli altri velivoli, che in caso di caduta accidentale, nei confronti delle persone e delle cose sottostanti. E’ per questo che l’E.N.A.C. (Ente Nazionale Aviazione Civile), già dal 2014, ha inteso regolamentarne l’uso attraverso l’emanazione di un apposito testo “Regole dell’aria Italia” giunto, per il momento, alla seconda edizione, che disciplina e detta le regole da osservare a seconda dell’uso che se ne fa e dei luoghi che si intende sorvolare.
Pertanto se è normale acquistarli è altrettanto facile cadere nell’errore di usarli in maniera scorretta, correndo magari il rischio, in alcuni casi, di violare comportamenti, all’apparenza normali,  ma che si rilevano contrari ai regolamenti e passibili, in alcuni casi , di sanzioni  anche di natura penale.
Non è certo questa la sede per elencare analiticamente le regole da osservare, per questo basta scaricare dal sito dell’ENAC il regolamento in questione, quello che però è necessario sapere, prima dell’acquisto,  è che, a seconda del peso e del suo utilizzo (ludico o professionale), il drone può essere considerato un aeromodello, e come tale soggetto a poche regole, oppure un S.A.P.R. (Sistema Aeromobile a Pilotaggio Remoto) in tal caso obbligato ad una serie di restrizioni e regole da seguire meticolosamente, oltreché essere in possesso di uno speciale brevetto per pilotarlo.
Partendo dal presupposto che il drone è utilizzato per puro svago, i concetti fondamentali che occorre sapere è  che non si può volare ad un altezza superiore ai 70 mt, non si possono sorvolare i centri abitati, o sopra gli assembramenti di persone, che è vietatissimo volare in prossimità di aeroporti e che, seppur al momento non obbligatoria, sarebbe opportuno stipulare un’assicurazione per i danni che si potrebbero cagionare a persone o cose altrui. Detto questo ci si può cimentare a volare con relativa sicurezza.   
Ma cosa succederebbe se una persona desiderasse frequentare un apposito corso per approfondire la tematica della sicurezza in volo o volesse volare in maniera professionale?  La risposta sembrerebbe banale: basterebbe frequentare una scuola di volo appositamente autorizzata dall’E.N.A.C. (unica a rilasciare i vari tipi di brevetto).
Eppure il problema sussiste perché non tutto il territorio nazionale è coperto da queste scuole e quelle, pochissime, esistenti, tra assicurazioni e vari gradi di livello dei brevetti pretendono costi non accessibili a tutte le tasche e allora si crea il problema.
Come si possono osservare le regole quando non c’è nessuno che possa insegnartele? E, nei casi in cui hai la fortuna di avere a disposizione una scuola, come si fa ad erudire  la ormai notevole platea dei potenziali discenti senza pesi economici eccessivi? Come si fa a pretendere di osservare norme e disposizioni se non c’è nessuna limitazione al loro acquisto? Come si fa a sanzionare eventuali comportamenti scorretti se nessuno avverte dell’esistenza di regole il  papà che vuole regalare al proprio figlio questo “giocattolo”? Non è certamente il tam tam  degli appassionati o la gente come me che hanno titolo ad educare e disciplinare coloro che usano i droni.

Finora il volo è “quasi” libero ma attenzione, prima di fare le regole, è necessario assicurarsi che queste vengano conosciute e recepite altrimenti risulta difficile spiegare una possibile sanzione. 
Per il momento godiamoci le sensazioni che il drone riesce a regalarci guardando un video tratto dal canale “Ge Ge” riguardante il castello di Acquafredda nei pressi di Siliqua in Sardegna e attendiamo fiduciosi gli eventi. 7  

giovedì 12 maggio 2016

SOCIETA' IN HOUSE: CONDONO DANNI ERARIALI?

In questi giorni si stanno discutendo, in Commissione Bilancio di Camera e Senato, i decreti attuativi della riforma che dovrebbe modificare la Pubblica Amministrazione.

Al loro interno il Governo ha inserito un provvedimento che disciplina l’azione di responsabilità per danni erariali; ossia chi deve perseguire quei soggetti che hanno arrecato danno allo Stato attraverso lo sperpero di soldi pubblici e, di conseguenza, avviare l’azione di recupero del mal tolto.

Si parla in questo caso delle cosiddette società “in house”, ossia quelle società di servizi il cui capitale è partecipato, interamente o quasi, dalle     Regioni, dai Comuni o dalle ex (?) Province, i cui amministratori sono, spesso se non sempre, emanazioni politiche dei partiti che governano gli stessi Enti.

Ad oggi la funzione giurisdizionale e di controllo per tali illeciti è affidata alla Corte dei Conti composta da giudici contabili, altamente specializzati, la cui azione,  proprio in virtù delle loro qualifiche, è caratterizzata da una maggiore celerità rispetto ai colleghi appartenenti alla magistratura ordinaria.

Per fare dei numeri, solo nel 2015 i magistrati contabili hanno emesso atti di citazione in materia di partecipate pari a 185 milioni di euro.
Orbene, sembra che questi provvedimenti ridurrebbero il raggio d’azione della Corte dei Conti proprio nei confronti di tali società.

In sostanza gli amministratori delle società partecipate, o loro successori, risponderebbero di danno erariale soltanto alla magistratura ordinaria e non a quella contabile, con inevitabili lungaggini temporali ad alto rischio prescrizione.
Rimarrebbero sotto giurisdizione della Corte dei Conti soltanto i danni subiti “direttamente” dall’Ente controllante (Regione e Comuni).  

Il Governo, che già qualche mese prima aveva tentato di introdurre questa novità salvo poi fare marcia indietro viste le perplessità sollevate della stessa Corte,  giustifica la sua scelta rifacendosi ad un parere del Consiglio di Stato in merito ad una sentenza della Corte di Cassazione che riconosce la giurisdizione della magistratura contabile: nei soli casi in cui un Ente pubblico abbia subito un ‘danno diretto’ al proprio patrimonio e non un ‘danno indiretto’, subìto in conseguenza alla propria partecipazione al capitale della società “in house”.  

Tale danno sarebbe infatti “ …‘assorbito’ dall’azione di responsabilità civile promossa nei confronti degli organi di amministrazione e di controllo innanzi al giudice civile”.
Il colmo!!  L’azione di responsabilità per danni causati alle società partecipate – i cosiddetti danni “diretti”- dovrà essere avviata dagli stessi vertici della società.
Ve li immaginate gli amministratori che hanno sperperato il denaro pubblico che si autodenunciano?

In tutto questo la Corte dei Conti avrebbe le mani legate.
Se tutto ciò si avverasse sarebbe un colpo molto grave alla credibilità di questo Stato che fa del cambiamento,  della lotta all’evasione e della corruzione dei baluardi da cui non si può prescindere.


Aldilà delle colorazioni politiche sarebbe auspicabile, da parte della classe dirigente, un moto d’orgoglio e ritornare sui propri passi, magari rafforzando ancor di più il peso giurisdizionale della Magistratura contabile piuttosto che indebolirla, quantomeno per far tacere quella parte di italiani che vede in questo provvedimento il solito escamotage creato ad hoc per coprire gli amici degli amici.       

mercoledì 11 maggio 2016

La coperta di Linus è uno smatphone

Schiavismo cibernetico o dipendenza mediatica? Come definire il senso del nostro vivere quotidiano ormai votato, solo ed esclusivamente, a far sapere a terzi (perfetti sconosciuti o no) ciò che si pensa, che si desidera, che si fa o che non si fa o che si ha intenzione di fare?
La società del  terzo millennio è un perfetto agglomerato di azioni, gesti e pensieri ai quali diamo voce e risonanza al solo scopo di condividerli con tutti.
E nulla è lasciato al caso. In un contesto di globalizzazione esasperata non c’è crisi economica che tenga, la tendenza irrefrenabile all’acquisto dell’ultimo modello di smartphone,  PC o Smart TV non conosce ostacoli, così come la nascita dei grandi magazzini di elettronica, secondi solo ai funghi,  che vengono incontro ai nostri gradimenti tecnologici, frantumando le nostre deboli ritrosie di risparmiatori con finanziamenti alla portata di tutti (il tasso zero non è più un animaletto sconosciuto).

Tutto è funzionale alla grande platea di noi internauti, appassionati di facebook, instagram, messenger, telegram, whatsapp, twitter, skype e chi più ne ha più ne metta, ai quali affidiamo, senza ritegno, la nostra intimità.

Tratto da un cortometraggio creato dallo studente cinese Xie Chenglin, – vincitore del premio 2014 alla Central Academy of Fine Arts
E il risultato qual’è?  Proviamo a  guardarci attorno. La maggior parte di noi cadenza la propria quotidianità con la testa china sul proprio  smartphone o tablet;  la coperta di Linus dei nostri tempi. Sulla metropolitana, in autobus, alla stazione, al bar, in aeroporto piuttosto che alla stazione o sul luogo di lavoro, la figura che digita o che visiona lo schermo del proprio cellulare o che fotografa  è ormai familiare. Quanto tempo della nostra giornata passiamo su questi gingilli tecnologici a controllare se è arrivato un nuovo messaggio?
Anche il nostro linguaggio è assuefatto a questa prigionia tecnologica: ho wahtsappato un’immagine, te la mando in pdf o preferisci in jpg? ti ho twittato la risposta, cambia browser, posta le tue idee può darsi che vengano taggate, ma ti sei loggato? dai facciamoci un selfie !?   

Confesso di appartenere ad una generazione quasi “obsoleta” - quella degli anni sessanta per capirci - e  fatico un po’ a districarmi in questa giungla di piattaforme digitali, di  byte e wi-fi,   ma resto dell’idea che non sarebbe una cattiva idea quella di fermarci un attimo e riflettere sui nostri atteggiamenti.

Va bene la globalizzazione, la facilità di comunicazione, il coinvolgimento emotivo di una foto o di un pensiero, ma non vi sorge il sospetto che tutto questo possa essere “carpito” subdolamente da “qualcuno” per avere il totale controllo della nostra vita?

Dite che sono troppo catastrofico? Forse.  Ma un pò di sana riflessione sui nostri comportamenti (anche i miei visto che non sono immune da questa dipendenza) non guasterebbe, magari solo per esorcizzare il pericolo di quella società globalizzata e sotto totale controllo di un “ Grande Fratello” di Orwelliana memoria.

       

sabato 7 maggio 2016

STOP OLIO DI PALMA





https://www.change.org/p/stop-all-invasione-dell-olio-di-palma?recruiter=false&utm_source=share_petition&utm_medium=copylink?recruiter=false&utm_source=petition_show&utm_medium=copylink


Come non dare torto a questa iniziativa, soprattutto alla luce del nuovo allarme lanciato dall'EFSA, European Food Safety Authority (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) e ripreso da alcuni quotidiani, secondo la quale questo grasso conterrebbe sostanze tossiche, anche cancerogene, pericolose per la salute.

mercoledì 13 aprile 2016

Almeno una barriera cade

Dopo 1 anno e 7 mesi, giorno più giorno meno, e dopo varie letture e commenti sui vari blog e sulla stampa, a dire il vero un po’ fiacca nel trattare l’argomento,  rieccomi qui ad annunciare,  questa volta in modo definitivo, la notizia che stavo aspettando: l’abolizione dell’odioso bollino semaforico colorato sui  prodotti alimentari Made in Italy e il loro ritorno sulle tavole britanniche e di alcuni Paesi del Nord- Europa senza “barriere” pseudo scientifiche (più pseudo che scientifiche) che di fatto avevano isolato le nostre eccellenze culinarie con perdite percentuali a due cifre per i nostri produttori.

Per me era diventato un obbligo morale seguire e, nel mio piccolo, osteggiare  questa “antipatica” misura creata ad arte da “alcuni Paesi” per meri calcoli affaristici più che per motivi salutistici. Come avevo sostenuto nel post pubblicato nel settembre 2014 http://parsifran.blogspot.it/2014/09/basta-con-le-etichette-british-tavola.html che faceva il paio con quello pubblicato nel dicembre 2013 http://www.parsifran.blogspot.it/2013/12/bollino-tavola-molto-british.html, in piena autonomia legislativa, l’Olanda, la Scandinavia e il Regno Unito, avevano imposto alle industrie alimentari e della distribuzione, operanti sul proprio territorio, di etichettare i cibi con appositi bollini colorati così da permettere al consumatore, in un batter d’occhio, di identificare cibi “cattivi” - rossi -, contenenti zucchero, sale o grassi da quelli “buoni” - verdi -.

Questa prassi, a dir poco semplicistica, fuorviava le scelte dei cittadini in quanto indicava loro la sola presenza di elementi pericolosi per la salute in un determinato alimento senza considerarne l’aspetto dietetico (apporto calorico in rapporto alla quantità consumata) ponendo, di fatto, i nostri prodotti al bando dalle loro tavole.

Chi mai avrebbe comprato prodotti come il Prosciutto San Daniele, la Mortadella Bologna, l’olio extravergine d’oliva o la boccetta di aceto balsamico di Modena, rigorosamente marchiati con bollino rosso perché contenenti “anche” grassi, sale o zuccheri?

E così si arrivava al paradosso di vedere sugli scaffali del supermercato il bollino verde applicato, ad esempio, a bevande gassate “light” di industrie appartenenti a grosse multinazionali.   

Finalmente, con 402 voti a favore, 285 contrari e 22 astenuti, il Parlamento Europeo non solo ha bocciato questo sgangherato sistema di etichettatura, creato ad arte dai lungimiranti esperti britannici, ma ha anche chiesto alla Commissione UE di esaminare il fondamento scientifico alla base di questa decisione.  
Uno smacco.
In un periodo così buio per l’esistenza stessa dell’idea di “Unione” europea, buttar giù questa piccola “barriera” è un buon segno.     

lunedì 11 aprile 2016

Qualche tempo fa ho letto un racconto pubblicato sul sito rivelazioni.com dal titolo: Racconto di un marito.
L’ho trovato esilarante. Oggi, facendo ordine nei miei appunti, me lo sono ritrovato davanti e nonostante ne conoscessi la fine ho riso di gusto. Per chi non lo avesse ancora letto lo pubblico volentieri magari riesco a strappargli un sorriso.     


Racconto di un marito

Non ho mai capito perché le necessità sessuali degli uomini e delle donne sono così differenti fra loro… e non ho mai capito perché gli uomini pensano con la testa mentre le donne con il cuore. Però una notte mia moglie ed io siamo andati a letto. Abbiamo cominciato ad accarezzarci, massaggiarci, bacini etc, etc.

La questione è che io ero già pronto, ma proprio in quel momento lei mi dice: 'Adesso non ne ho voglia, amore mio. Voglio solo che mi abbracci' Ed io esclamo: 'CHEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE????????????????'

Al che mi dice le parole magiche di tutte le donne: 'Non sai connetterti con le mie necessità emotive di donna'.

Il punto finale è che quella sera non ci sarebbe stata nessuna lotta. Ho messo a posto gli oli afrodisiaci, ho spento le candele, ho tolto il disco di Baglioni (in quei momenti funziona quasi sempre) ho spento lo stereo ed ho rimesso in frigo lo champagne. Sono andato a farmi una doccia fredda per vedere se potevo calmare 'la bestia' e mi sono messo a guardare Discovery Channel a tutto volume per non fare dormire la figlia di mia suocera...Dopo un pò mi sono addormentato.

Il giorno dopo siamo andati al centro commerciale e mi sono messo a guardare orologi mentre lei si provava tre modelli carissimi di Armani. Come tutte le donne non sapeva decidersi, così le ho detto di prenderli tutti e tre.
A questo punto mi ha detto che le sarebbero servite delle scarpe nuove da mettere con i nuovi vestiti... 350 euro al paio... Le ho detto che andava bene.
Di lì siamo andati nella sezione casual dalla quale ha preso un piumino ed una borsa di Louis Vuitton. Era così emozionata! Credo pensasse che fossi diventato pazzo, ma ad ogni modo le ha prese lo stesso. Mi ha messo, quindi, alla prova chiedendomi un gonnellino corto da tennis. Non sa neanche correre, figuriamoci giocare a Tennis.
E' rimasta scioccata quando le ho detto di comprare tutto ciò che voleva. Era così eccitata sessualmente dopo tutto questo, ed ha cominciato a chiamarmi con tutti i nomignoli più affettuosi e stupidi che le donne usano. 'Cucciolone mio'; 'Topolino amoroso' e così via.

Siamo andati alla cassa a pagare.

E' stato qui che, essendoci solo una persona prima di noi, le ho detto: 'No amore mio, credo che in questo momento non ho voglia di comprare tutto questo'...
Se aveste potuto vederle la faccia… diventò pallida quando le ho detto: 'Voglio solo che mi abbracci'.
Sembrò quasi che stesse per svenire, le si è paralizzata la parte sinistra del corpo, le è venuto un tic nervoso all'occhio.

A questo punto le ho detto: 'Non sai connetterti con le mie necessità finanziarie di uomo'.

lunedì 16 novembre 2015

JE SUIS PARIS

Se questo è un uomo”. Di fronte alle barbarie commesse a Parigi, in quel nefasto venerdì 13 novembre 2015, prendo sommessamente in prestito il titolo del libro di  Primo Levi per rappresentare il mio sentimento.

Quanto è sopportabile la vista del sangue e di quei giovani corpi sparsi sul pavimento di un teatro e per le strade di una città assurta a simbolo di amore e di bellezza?

Quanto è drammaticamente  immenso il dolore di un genitore nel sapere che la vita del proprio figlio è stata sottratta dalla nefandezza compiuta da belve, in nome di un’ideologia che mistifica il nome di Dio?

Come si può identificare in un uomo l’essere che,  in spregio della vita,  decide con tutta calma di premere il grilletto di un’arma verso un suo giovane simile, inerme e indifeso, dettando la parola fine ai suoi sogni e alle sue speranze senza farsi scalfire da qualsiasi forma di rimorso?

Per quanto mi sforzi riesco soltanto a formulare domande alle quali sono  incapace di dare risposte.

Le emozioni sono troppo forti per cercare un perché. Ora è il tempo del dolore per le vittime e della rabbia nel constatare che la società in cui vivo è gravida di esseri così spregevoli e inadeguati a comprendere il valore della vita altrui .

Parigi è amore è bellezza è tenerezza, Parigi è un simbolo e come tale nessuno potrà mai scalfirla.

Io sono Parigi.        



giovedì 10 settembre 2015

FINANZIAMENTO AI PARTITI ho visto cose che voi umani.......

In un periodo di vacche magre, circa due fa, il governo Letta aboliva (ma solo dal 2017!!!) il finanziamento pubblico ai partiti. 

Sembrava una buona misura, comunque apprezzata dalla maggior parte degli italiani che vedevano in quel provvedimento una qualche risposta all'indignazione popolare, alimentata dai troppi privilegi di cui godeva (e gode) la “casta” politica.

Seppur a malincuore, ma forti della promessa che dal 2017 il flusso di denaro pubblico ai partiti sarebbe terminato, ancora per due anni avremmo dovuto resistere a questo triste spettacolo.

La convinzione che questa volta si faceva sul serio si rafforzava ancor di più perché quella stessa legge, forse per venire incontro allo sdegno dell’elettorato credulone, prevedeva un “preventivo” controllo dei rimborsi da parte di un’apposita Commissione che avrebbe dovuto dare il via libera all’erogazione del finanziamento.

Sulla carta, questa Commissione aveva il compito di controllare i rendiconti dei rimborsi delle spese “effettivamente” sostenute dai partiti e, solo dopo averne appurato il  reale esborso, avrebbe concesso il visto di conformità  necessario per l’incasso dei  “soldi pubblici”.      

Dopo più di due anni si scopre che la Commissione non riesce, (vuoi per mancanza di tempo, di personale o di mezzi, non si capisce) a svolgere il suo compitino per cui diventano a rischio i finanziamenti riguardanti gli anni 2013 e 2014. Cosa fare?

Ecco il colpo di genio che ieri si materializza alla Camera dei Deputati sotto forma di un semplice DDL (presentato da un deputato del PD).
Si tratta di un provvedimento che ammette l’erogazione dei fondi, seppur in assenza del benestare della Commissione, impossibilitata ad operare. Vogliamo chiamarla SANATORIA???!

Inutile dirvi che passa con la maggioranza dei voti di tutti i partiti (tranne quelli dei 5 stelle, che hanno anche il merito di evidenziare l’accaduto attraverso una cascata di banconote – naturalmente in copia -  lanciate dagli scanni contro i loro colleghi e l’astensione dei SEL).

Ormai è impossibile sperare nel ravvedimento di codesti signori, rischio di passare per populista ma come si fa a credere a questa gente; un giorno promettono ed un altro disfano.  Ogni volta  dal cilindro ne tirano una nuova, mi sembra di rivivere l’ultima scena del film  Blade Runner: Ho visto cose che voi umani…..


venerdì 14 agosto 2015

Il perché di una vacanza

Sono qui, sotto l'ombrellone, e, mentre ammiro ciò che mi circonda, sarà per il caldo, sarà perché obiettivamente non ho un belino da  fare, ecco che una domanda turba i miei pochi neuroni, messi a riposo per non turbare la quiete della mia siesta ad occhi aperti: perché sono qui?
 Non fraintendete, amo le vacanze, il mare, il sole, ma, forse perché animato dalla curiosità del comportamento umano, sento l'esigenza di trovare una motivazione sul perché si va in vacanza.
Il paesaggio estivo non cambia mai, bambini che si crogiolano nell'acqua, genitori, attenti, che scambiano qualche impressione sul tempo in riva al mare, ragazzi che giocano, che passeggiano, che si divertono. Ombrelloni multicolore che chiazzano la sabbia bianca e fanno ondeggiare i loro tessuti all 'unisono al minimo accenno di vento. Racchette, secchielli e palloni e chiacchiere, tante chiacchiere che si librano, trasportate da quell'impercettibile corrente d'aria che ti regala quella sensazione di fresco appena esci dall'acqua.  È un copione che ogni anno va in scena senza soluzione di continuità la cui fine è sempre suggellata da strette di mano e abbracci e appuntamenti per il prossimo anno. Se dovessimo, per un istante, fermarci a riflettere sul nostro vivere l'estate, a primo acchito troveremmo questo periodo monotono e piatto.
Piantiamo un ombrellone, piazziamo le nostre seggiole, un tuffo, quattro chiacchiere con i nostri vicini, la compagnia di un libro e poi a casa, contenti della nostra abbronzatura e di aver riempito il tempo. Eppure, sempre immerso nelle mie elucubrazioni mentali, cerco di trovare un perché alla mia domanda iniziale, e scavando nei rivoli delle tante possibili risposte ecco che trovo la soluzione.
 È l' "attesa" l'elemento che cercavo, la molla che ogni anno mi spinge ad essere l'involontario attore di un film prevedibile nella sua conclusione. È l'attesa di un evento, di un incontro, di un'amicizia che mi porta a rifare sempre le stesse azioni. E infatti, puntuale come un orologio, ecco che ogni anno la sorpresa è dietro l'angolo, pronta ad essere custodita nei ricordi da raccontare agli amici più cari in una sera d'inverno. La pesca di un grosso pesce, la storica cena, una canzone, l'uscita in barca, la nascita di una nuova amicizia e, perché no, anche la fine. Insomma sono qui, sotto l'ombrellone, felicemente soddisfatto di aver dato un senso a questa vacanza e in trepidante attesa di quel l'evento che mi farà sussultare il cuore e che mi farà dire: "peccato che l'estate duri così poco".